"Aiuto: mio figlio sta sempre al tablet"
- Elisa Canavese

- 14 lug
- Tempo di lettura: 5 min
E se il problema fosse altrove?
Una delle frasi che più spesso sento pronunciare ai genitori che si rivolgono a me, preoccupati per i loro figli, è: «Dottoressa, mio figlio sta sempre al cellulare!». Con qualche variante, naturalmente: a volte è il tablet, altre il computer.
La preoccupazione sottostante è abbastanza chiara, e di solito ha a che fare con l'idea che stare davanti ad uno schermo faccia male alla salute, perché isola socialmente, espone a contenuti pericolosi o "rintrona" la mente. Questa prospettiva, peraltro, è spesso confermata da servizi in televisione e articoli sui giornali e spesso anche da colleghi psicologi, neuropsichiatri e altri professionisti della salute mentale.
Il fatto, però, è che questa frase da sola dice molto poco. Dire che una persona sta davanti a uno schermo descrive soltanto lo strumento che sta usando, non l'attività che sta svolgendo. È come dire che qualcuno passa molte ore con un libro in mano senza specificare se stia leggendo un romanzo, studiando per un esame, consultando un manuale o semplicemente sfogliando distrattamente le pagine.

Probabilmente questo automatismo nasce da una scorciatoia mentale, quella che in psicologia chiameremmo euristica. Nella maggior parte dei casi lo strumento che stiamo usando identifica anche l'attività che svolgiamo: se vediamo qualcuno con una chitarra, immaginiamo che stia suonando; se ha un libro in mano, pensiamo che stia leggendo; se impugna una racchetta, starà giocando a tennis. Con gli schermi, però, questa scorciatoia smette di funzionare: lo stesso telefono può servire per leggere, studiare, lavorare, parlare con gli amici, creare musica, programmare, giocare, guardare un film o approfondire un interesse specifico.
Di conseguenza, il fatto che un bambino o un ragazzo utilizzi il telefono, il tablet o il computer viene spesso interpretato come un problema di per sé, ancora prima di sapere come stia impiegando effettivamente quel tempo.
Alcune attività collegate con l'uso della tecnologia possono essere utili, altre avere una funzione prevalentemente ricreativa, altre ancora diventare ripetitive o occupare uno spazio eccessivo, e alcune possono essere effettivamente pericolose.
Gli schermi, però, non sono in sé né buoni né cattivi: sono strumenti ed assumono un significato diverso a seconda di come vengono utilizzati.
Per molti aspetti, peraltro, il modo in cui oggi guardiamo ad alcune attività digitali ricorda il modo in cui le generazioni precedenti guardavano altre occupazioni considerate troppo assorbenti come i fumetti, ed ancora prima i romanzi di evasione.
Tradizione e rottura
C'è poi un'attività che, almeno fino a qualche decennio fa, occupava una parte consistente del tempo libero, soprattutto di molte ragazze e donne: l'uncinetto.
Anche in questo caso si ripetevano stessi movimenti per lunghi periodi di tempo, spesso in silenzio e con grande concentrazione. Pur essento un'attività apparentemente monotona e ripetitiva, però, lavorare all'uncinetto era considerato del tutto normale e non problematico. Pur condividendo alcune caratteristiche con attività digitali come Candy Crush – la ripetitività dei gesti, il forte assorbimento dell'attenzione, il tempo trascorso sulla stessa attività e, in alcuni casi, perfino l'affaticamento della vista – questo passatempo veniva percepita in modo completamente diverso. Il motivo è probabilmente che faceva parte della tradizione culturale degli adulti: era un'attività riconosciuta, insegnata dalle generazioni precedenti e socialmente legittimata. Gli schermi, invece, rappresentano una frattura generazionale. Sono strumenti che molti adulti hanno imparato a usare quando erano già grandi e che bambini e ragazzi padroneggiano spesso meglio di loro. È quindi più facile che vengano percepiti come qualcosa di estraneo e, proprio per questo, giudicati negativamente.
Anche il fatto che una certa attività produca alla fine un oggetto concreto, per quanto se ne riconosca l'utiiltà, non cambia il punto: non tutte le attività umane, infatti, devono avere come scopo la produzione di qualcosa. Si può passare molto tempo a leggere spartiti, ascoltare musica, studiare gli scacchi, fare parole crociate o passeggiare senza produrre qualcosa di concreto: il valore di un'attività non dipende necessariamente dal fatto che lasci un risultato materiale.
Allo stesso modo, è rischioso stabilire il valore di ciò che un ragazzo sta facendo, soltanto osservando il supporto che utilizza.
Quanto detto finora non significa che qualunque attività svolta davanti a uno schermo vada bene, indipendentemente dalla sua durata o dalla sua intensità. Al contrario, è opportuno porre limiti e regolarne tempi e contenuti.
Quando un genitore vuole introdurre una regola, però, dovrebbe prima interrogarsi sul proprio punto di partenza.
Se nella sua testa c'è il pensiero: «Non considero un problema il fatto che mio figlio usi gli schermi, ma vorrei che nella sua giornata ci fosse spazio anche per altro», è probabile che riuscirà ad intervenire e a regolarne l'uso in modo equilibrato. Potrà chiedersi se il figlio dorme abbastanza, se si muove, se mantiene relazioni significative, se coltiva interessi diversi e se partecipa alla vita familiare. In questo caso il limite non nasce dalla demonizzazione dello schermo, ma dal tentativo di mantenere una quotidianità sufficientemente varia.
Se invece il pensiero di partenza è: «Aiuto, Gigetto è di nuovo al computer», l'intervento rischia di contenere un errore fin dall'inizio, perché non parte dall'osservazione di un problema concreto, ma da un giudizio già formato. Il rischio è che la valutazione preceda l'osservazione: si decide che esiste un problema prima ancora di capire quale comportamento si stia osservando. Si tenderà quindi a interrompere, vietare o criticare l'attività senza conoscere davvero ciò che il figlio sta facendo e senza distinguere tra contenuti profondamente diversi tra loro.
Questo atteggiamento può facilmente trasformare lo schermo nel centro di un conflitto che, in realtà, riguarda altro: la difficoltà a tollerare interessi che non si comprendono, la paura di perdere il controllo, il bisogno di vedere il figlio impegnato in passatempi considerati più accettabili o la convinzione che il tempo libero debba assumere forme familiari all'adulto.
Conoscere gli interessi dei propri figli
Molti genitori conoscono poco i gusti digitali dei propri figli. Non sanno quali giochi preferiscono, quali contenuti seguono, con chi interagiscno, che cosa trovano interessante o quali competenze richiedono alcune attività. Nonostante questo, spesso formulano giudizi molto netti.
Conoscere non significa approvare tutto, ma raccogliere abbastanza informazioni da poter distinguere tra un interesse legittimo, un'attività semplicemente piacevole e un uso che sta realmente determinando un potenziale pericolo.
Un genitore può decidere che un contenuto non sia adatto o che un gioco occupi troppo spazio, ma prima di stabilire una regola sarebbe utile spostare la domanda da «Quanto tempo passa davanti allo schermo?» a «Che cosa sta facendo, quale funzione ha per lui e in che modo potrà essergli utile?».
Un genitore che conosce gli ambienti digitali frequentati dal figlio è anche un genitore più capace di accorgersi quando qualcosa cambia: un interesse che diventa improvvisamente esclusivo, un gruppo di persone che esercita un'influenza negativa, contenuti inappropriati. Al contrario, chi considera tutto ciò che avviene dietro uno schermo come un'unica categoria indistinta rischia di non distinguere ciò che è sano da ciò che merita davvero attenzione.




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